Taras : la città oltre le nubi
Percorriamo la statale jonica 106, ancora pochi km all’arrivo, ed è già visibile la nuvola bianca delle torri di raffreddamento.
“Nient’altro che vapore acqueo”, è la grottesca affermazione del sindaco Ippazio, lo sceriffo cultore dello spaghetti western, immortalato con una pistola nascosta dalla cintura mentre festeggiava, euforico, la vittoria delle elezioni.
Il vapore acqueo fuoriesce prepotente dalle torri, raccoglie il benzo(a)pirene emesso dal coke in fase di raffreddamento e si disperde lentamente sul quartiere Tamburi e sulla Città Vecchia.
Elemento costante del paesaggio cittadino, visibile ovunque, dal mar piccolo, dal porticciolo, da Tamburi alla Città Vecchia, da Paolo VI a Salinella.
Ci avviciniamo rapidamente a Taranto attraversando la “città industriale”, il mostro d’acciaio che la soffoca. Sulla destra sfilano il complesso dell’Eni, il Cementir, la rete dell’indotto industriale, il porto, un labirinto di ponti, strade minori, pensiline d’acciaio, tubi sospesi che, come arterie, collegano quest’impianti all’ILVA, il cuore della “città industriale”.
Già, l’ILVA. I suoi numeri sono sufficienti a descriverla. Quindici milioni di metri quadrati di superficie, grande due volte Taranto, cinquanta km di strade, duecento di rete ferroviaria interna, due stazioni elettriche, una stazione dei vigili del fuoco, un pronto soccorso, cinquemila telefoni interni, una officina meccanica che copre quattro ettari di superficie.
Un porto con due grandi moli per le materie prime, due moli per la spedizione dei prodotti, undici batterie di forni per produrre coke, cinque altiforni per la lavorazione del coke, due acciaierie, due laminatoi, quattro colate, quattro tubifici.
Un mostro che sbuffa seimila tonnellate al giorno di ossigeno e necessita di centomila tonnellate di acqua marina, prelevata dal mar piccolo e lavorata in impianti di distillazione.
Attiva tutto l’anno, ha raggiunto picchi di ventimila unità lavorative, settemila impegnate nell’indotto. Vanto dell’industria italiana, risiede a Taranto dal 1959. Il più imponente impianto siderurgico d’Europa, capace di produrre ventidue milioni di tonnellate di acciaio.
Tutto ciò che necessita di acciaio per essere costruito da Taranto ad Amburgo è stato prodotto qui per decenni. Il governo Tambroni scelse Taranto per la sua posizione strategica, che vede la città vicina ai bacini petroliferi dell’Oriente.
Alla luce del sole, il mostro d’acciaio somiglia a un vecchio prossimo alla morte, decrepito, trascurato, decadente, arrugginito, sbuffa e annaspa dalle sue alte torri. Capace però ancora di ferire a morte la città ai suoi piedi.
A testimoniarlo sono altri numeri: 83 morti l’anno tra incedenti sul lavoro e avvelenamento, 650 ricoveri annuali a causa delle nubi tossiche con il 64% dei decessi cittadini causati da malattie respiratorie.
Numeri impietosi, emersi anche grazie all’inchiesta “ambiente svenduto”, che ha scatenato su Taranto un ciclone mediatico, acquietatosi solo negli ultimi due anni, capace di far emergere il disastro ambientale, la tragedia della vita quotidiana degli operai e dei cittadini tarantini, il dramma della vita sacrificata in nome della produzione industriale. Altrettanto capace però di nascondere una città e una comunità complessa, radicalmente cambiata.
Una comunità contraddittoria, resistente, antagonista, orgogliosa, passiva, collusa, condannata, sconfortata, silente, viva, solidale, ricca di energie, capace ancora di costruire momenti d’incontro nei suoi quartieri, vecchi e nuovi. Una comunità che ribolle come magma, che si evolve al ritmo dei tamburi dello Iacovone.
È quella che emerge dall’incontro con Francesco, tuttofare in una farmacia, tifoso rossoblu.
Lavoro scelto pur di rimanere nella sua città. Ci attende nei pressi del monumento ai marinai, che affaccia sul mar grande, oltre il ponte girevole che collega il borgo antico alla città “nuova”.
Ogni qualvolta la Vittorio Veneto rientra nel mar piccolo, il ponte gli fa strada, bloccando un’intera città. Esile, ci accoglie amichevolmente. Alle sue spalle si scorge la fila indiana delle navi cariche di minerali provenienti dal sud America, che attendono l’ingresso nel porto per liberarsi del carico.
Attendono per giorni all’ancora. Battezza la nostra visita conducendoci nel borgo antico, noto anche come “città vecchia”.
Un isolotto quadrangolare che spacca in due la città. Un lato confinante con il quartiere Tamburi e la zona industriale e l’altro opposto che, attraverso il ponte girevole, conduce alla città nuova. Il nucleo originario di Taranto, riporta i segni evidenti della sua storia recente e passata. Dal castello aragonese, alla cattedrale di San Cataldo, alle rovine greche.
Uno dei quartieri vittima dello spopolamento vissuto dalla città a partire dagli anni novanta, conseguenza diretta della revisione industriale e della decadenza del vecchio progetto di sviluppo della città. Si presenta desolato, con randagi che vagabondano per le vie e ferraioli che sciamano con le loro ape car, si fermano, raccolgono frettolosamente qualsiasi rifiuto ferroso e ripartono. Francesco ne indica uno, sorride amaramente, e ci racconta di come sia diventato uno dei simboli della lotta all’inquinamento di Taranto.
Simbolo del primo maggio tarantino e dei molteplici comitati cittadini sparsi in più quartieri. Anche lui, racconta, ha vissuto quest’esperienza. Nati in risposta all’emergenza ambientale, cavalcando anche l’onda mediatica scatenata dall’inchiesta giudiziaria, sono il frutto dell’incontro spontaneo di più cittadini vogliosi di mobilitarsi. Cittadini con interessi trasversali, chi direttamente coinvolto nelle vesti di lavoratore, chi perché parente di un operaio ILVA, chi nelle vesti di semplice cittadino mosso dalla voglia di attivarsi.
Molti di questi comitati hanno esaurito quella forza generatrice, ripiegando su se stessi e morendo. Altre realtà di lotta e di resistenza sono ancora presenti. Una di queste risiede nella città vecchia. Percorriamo il lungomare, costeggiato da una fila di palme, che termina su una banchina dove ormeggiano numerosi pescherecci. Un viale dove affacciano edifici in parte abitati, come le case popolari degli anni ’40, altri abbandonati o semi abitati, dall’aspetto fatiscente, puntellate con assi di ferro che ne evitano la caduta. Tra questi edifici sbuca lo spazio ”DUE ZERO DUE”. Spazio occupato, simbolo di una comunità in lotta e in resistenza perenne. Pienamente integrato nel quartiere, con biblioteca popolare, scuola popolare frequentata dai figli del quartiere, attento alle spie di disagio sociale dello stesso, impegnato in prima linea nella lotta per la rivendicazione del diritto alla casa, perseguito anche per combattere la marginalità sociale che vivono gli abitanti del borgo antico. Qui incontriamo e scambiamo due chiacchiere con Peppe. Possente di statura, è un fiume in piena. Parla con passione e fervore, sorvolando sull’immagine di Taranto nota ai più per via dei mass media, concentrandosi su altre tematiche. Prova a spiegarci dell’eterno ricatto vita/lavoro con cui l’industria tiene sotto scacco la città. Non si limita a criticare vecchie e nuove classi dirigenti, intente a perpetrare le logiche del profitto o di intere generazioni di politici collusi e colpevoli. È critico anche nei confronti di una comunità per troppo tempo passiva, omertosa, e perciò ugualmente responsabile. Cerca di spiegarci il peso specifico del lavoro quotidiano svolto dallo spazio occupato che vive, rappresentazione della possibilità di costruire una comunità che risponde a logiche differenti. Infine, ci invita a visitare il cuore della città vecchia.
Attraversato il mercato del pesce, perdendoci nel labirinto di vicoli da percorre spesso in fila indiana, concepiti per difendersi dalle incursioni dei pirati, tra pareti bianche come la sabbia e altre lugubri vittime dell’incuria, seguiamo i graffiti di Cyop&Kaf, i due artisti napoletani che hanno passato un anno nel borgo antico. Le loro opere che dividono le mura delle abitazioni con le scritte rossoblu della tifoseria locale, ci conducono alla scoperta del cuore del borgo. Si presenta pieno di vita, in contraddizione rispetto all’impatto iniziale.
Quartiere popolare, che parla il suo dialetto, che si lascia osservare e attraversare, tra bande di bambini che giocano a pallone con porte di ferro, mamme e figlie devote alla cura domestica sui ballatoi o nei chiostri delle case, pescatori di ritorno dalla banchina con le nasse e il pescato stagnante in bidoni d’acqua nera come il petrolio, uomini di bottega e profili ambigui di giovani volti, già adulti, che piantonano i vicoli, tra fischi, sguardi vigili e corse sui motorini. In un solo giorno dell’anno il borgo antico catalizza l’attenzione di tutti i Tarantini residenti e lontani: il venerdì santo, quando si svolge la processione dei misteri. Rito pasquale risalente al’600/700, vi partecipano tutte le confraternite della città. Rito antico, appartenente alle tradizionali manifestazioni cristiano-pagano del nostro meridione, al pari dei riti settennali di Guardia Sanframondi, dei Vattimiti di Nocera Tarinese, delle Varette di Cassano Jonico e della Giudaica di Laino Borgo. È ciò che ci spinge a tornare a Taranto una seconda volta. Inizia alle 17 del venerdì per terminare alle 7 del sabato mattina. La chiesa del Carmine è il luogo d’inizio e di fine della processione. A marciare sono le statue rappresentanti la passione di Gesù, seguiti da pellegrini che procedono in coppia, incappucciati e scalzi. La marcia è lenta, a passo di gambero, silenziosa, segue il ritmo del “troccolante”, ovvero del penitente incappucciato, con cappello nero, che in una mano regge e scuote incessantemente la “troccola”, con l’altra impugna un bastone, con il quale busserà, il sabato seguente, per tre volte alla porta del Carmine, nel silenzio sacro della folla al seguito, ponendo fine ai riti. Il momento clou è però l’uscita da San Domenico, a mezzanotte, della statua della Madonna Addolorata. Tutta Taranto si raduna per partecipare all’evento. Un silenzio spettrale precede i minuti antecedenti l’uscita. Tutti cercano un rifugio occasionale dal quale poter seguire la scena. Un balcone, mura con feritoie sulle quali arrampicarsi, pali della luce. Qualsiasi posto è utile. Il silenzio è rotto dall’apertura delle porte della chiesa seguito da un fragoroso applauso misto a grida, fischi, pianti isterici. La processione imbocca lentamente i vicoli con al seguito i penitenti, incappucciati e scalzi, alcuni procedono in coppia, altri singolarmente, al passo di gambero, curvi, reggono croci di legno. Vicino, tra la folla, hanno al seguito mogli, figli e madri. Volti e nomi ignoti. Tutti hanno pagato per poter ricoprire un ruolo nella processione, partecipando ad un’asta segreta, che si tiene prima della settimana santa. Alle spalle della statua e dei penitenti segue la banda che dirige i lamenti della folla al seguito. La seguiamo registrando voci e commenti, inciuci sulle cifre sborsate dagli incappucciati, fermandoci per trangugiare panzerotti alle alici e tracannare birra Raffo, ammirando la sosta all’alba sul ponte girevole. Anche la nostra penitenza si conclude, con un sospiro di sollievo, il sabato seguente. Ritorniamo nei pressi del Carmine e nel borgo nuovo solo nel pomeriggio per prendere parte ad un’iniziativa dei “genitori tarantini” che non hanno digerito le parole del vescovo. Nel suo discorso pasquale si appella al timor dei per ringraziare la fabbrica e difendere l’acciaio dalle frange “ribelli” della comunità. I “genitori tarantini” gli ricordano le nuvole di vapore acqueo, che hanno riprodotto su enormi stampe pubblicitarie con cui hanno tappezzano tutta la città. Mostrano uno striscione: “anche i bambini di Taranto vogliono vivere”, in rossoblu. Già, i rossoblu. C’è ancora Francesco con noi, scambiamo due chiacchiere sul prossimo incontro di campionato e su vecchie annate, più gloriose ma con tragici epiloghi, con lo Iacovone stracolmo e derby infuocati. Ma questo è un altro capitolo, ritorniamo alla macchina per dirigerci sul mar piccolo.
Testo di Luca Marino